Hikikomori

Hikikomori e’ un termine giapponese che significa “stare in disparte”, per riferirsi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi rinchiudendosi nella propria stanza da letto, senza alcun contatto col mondo esterno. 
Hanno tra i 14 e i 25 anni e non studiano né lavorano. Non hanno amici e trascorrono gran parte della giornata nella loro camera. A stento parlano con genitori e parenti. Dormono durante il giorno e vivono di notte per evitare qualsiasi confronto col mondo esterno. I primi sintomi dell’Hikikomori sono quelli di un isolamento graduale, che generalmente inizia con il rifiuto di frequentare la scuola, ma che via via si traduce in un allontanamento su tutti i fronti della società. A volte sono violenti con i genitori fino a creare in famiglie grosse spaccature e disagi relazionali. 
Sono ragazzi di solito intelligenti, sensibili e molto spesso più maturi della loro età. Sono per la maggior parte ragazzi maschi, spesso figli unici, introversi, critici e negativi nei confronti della società.  Usano massicciamente il web. 

Una volta venivano definiti “bamboccioni“ o “giovani italiani choosy“ (schizzinosi) dall’ex ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Sono stati anche definiti “neet”, cioè senza studio ne‘ lavoro. 
Oggi il DSM, il manuale diagnostico psichiatrico, lo definisce “sindrome culturale giapponese”. Molto spesso viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori dei casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da internet
In generale è un male che affligge tutte le economie sviluppate: c’è chi non riesce a sopportare la competizione scolastica e lavorativa e molla tutto e decide di autoescludersi!. 
Le ultime stime parlano in Italia di 100 mila casi di Hikikomori, un esercito di reclusi che chiede aiuto!. Un numero che è destinato ad aumentare se non si riuscirà a dare al fenomeno una precisa collocazione clinica e sociale. Al momento in Giappone ci sono oltre 500.000 casi accertati, comunque il numero e’ in continua crescita. 
Occorre informare, sensibilizzare la società su questo crescente fenomeno. 
Il percorso terapeutico consiste nel trattare il disturbo come un “disturbo mentale“, con sedute di psicoterapia e assunzione di psicofarmaci, oppure come problema di socializzazione, stabilendo un contatto con i soggetti colpiti e cercando di migliorarne le capacità di interagire. 

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