Dopo aver parlato degli aspetti psicologici della gravidanza affrontiamo un’altro aspetto non meno problematico, l’evento-parto. Con questo, il feto assume la forma del bambino reale che da prodotto interno diventa prodotto esterno, visibile, sessualizzato. La nascita priva infatti la donna del possesso totale del bambino, segnando il passaggio dalla situazione di diade materno-fetale a quella d’individualità singole e separate. Il significato biologico di questo processo è rappresentato pertanto dalla separazione di due organismi che fino a questo momento hanno vissuto congiunti, l’uno dentro ed a spese dell’altro, in un rapporto di totale dipendenza e di intimo contatto permanente. A partire dall’espulsione, il nuovo nato deve farsi carico di una varietà di funzioni fisiologiche fino ad allora espletate da sua madre, quale la respirazione, l’alimentazione, l’evacuazione e così via. Da parte sua la madre, che aveva dovuto affrontare tante angosce per riuscire ad adattarsi allo stato di gravidanza, dovrà passare attraverso un nuovo processo di adattamento, questa volta di ritorno alla situazione corrente di non gravidanza. La consapevolezza di questi due fatti irrefutabili, la perdita di uno Stato ed il passaggio ad un altro, riattiva nella partoriente profonde angosce. Da un lato, secondo la Soifer, ella rivive l’angoscia sofferta durante il proprio passaggio attraverso il canale del parto: fa cioè irruzione in lei l’angoscia del trauma della nascita. Dall’altro lato, il riadattamento scatena l’angoscia di fronte al cambiamento, con i corrispondenti fenomeni di depersonalizzazione, a sua volta ripetizione più o meno efficace del trauma della nascita. Ricordiamo che l’angoscia di fronte al cambiamento ha due aspetti: il timore della perdita ed il timore dell’attacco da parte dell’ignoto. Infine, acquistando una vita propria, distinto dalla vita intrauterina, il bambino si inserisce come un nuovo elemento della famiglia già esistente; in altri termini arriva a turbare l’equilibrio familiare, già provato dalle vicende della gravidanza. E con questo arriviamo a quella che per la Soifer costituisce la principale incognita del parto: il bambino, questo essere tanto familiare ed allo stesso tempo ignoto, che finalmente potrà essere visto e toccato. La combinazione tra queste forme di angosce genera uno stato confusionale, con le concomitanti sensazioni d’estraniamento, depersonalizzazione perdita di identità. Le confusioni ruotano intorno all’equiparazione feci-bambino-pene (parti del proprio corpo); defecazione-parto; atto sessuale-parto; soggetto-oggetto (chi da alla luce e chi viene partorito, ossia vittima-carnefice). Da un punto di vista psicodinamico si è occupato diffusamente del parto anche Franco Fornari in collaborazione con Malcovati e Miraglia (1965). Egli ha cercato di dimostrare che le due fasi fondamentali del parto, la dilatazione e l’espulsione, hanno come fondamento psicogenetico le angosce primarie di cui parla Melanie Klein, cioè l’angoscia paranoide, nella quale il soggetto vive un rapporto oggettuale tale per cui si preoccupa della salvaguardia del sè, che considera minacciato dal soggetto, e l’angoscia depressiva, in cui il soggetto si preoccupa per la salvaguardia dell’oggetto, vissuto come minacciato da lui. La situazione di parto provoca nella madre, di fronte al bambino, fantasmi inconsci suscitati dalle due angosce di base, e cioè la perdita del sé o la perdita dell’oggetto-bambino. Nel periodo di dilatazione infatti la madre è spesso indotta a considerare la presenza interna del bambino come possibile aggressore, e quindi si preoccupa della salvaguardia del sé minacciato dal bambino. Le vie genitali materne sono troppo strette ed il bambino uscendo può lacerare ed ampiamente ferire, diventando così di nocimento all’integrità della donna. Condizione indispensabile per l’elaborazione psichica di “questa esposizione passiva all’aggressione” rappresentata dalla dilatazione, è che la donna abbia superato felicemente l’angoscia paranoide primaria. Nel periodo d’espulsione, invece, la madre si rappresenta il bambino, di cui percepisce la presenza interna, come oggetto buono ed amato, che potrebbe essere danneggiato dal parto. Questo va a mobilizzare nella madre angosce relative alla possibilità di danneggiare il figlio come oggetto d’amore, da ciò l’angoscia depressiva. La possibilità di elaborare favorevolmente il periodo espulsivo resta pertanto subordinata al fatto che la madre abbia superato l’angoscia depressiva primaria, relativa alla possibilità di danneggiare il proprio oggetto d’amore. Secondo vari autori tutte le informazioni storiche, sociali e culturali che presentano il parto come un avvenimento nefasto, aggiungono appunto nel senso della riattivazione delle angosce primarie. Piscicelli mette in evidenza come l’evento parto non solo provochi profondi cambiamenti nella madre ma anche nel padre.

parto

L’evento parto, infatti, vissuto insieme dalla coppia maritale, conclude un atto iniziato il momento del concepimento ed attenua quelle tensioni che solitamente emergono quando l’uomo si vede relegato alle funzioni di colui che sta ad attendere fuori dalla porta della sala parto, solo per riconoscere un figlio che gli viene presentato come suo. L’autore auspica pertanto non solo la presenza del partner in sala parto, ma anche una sua accurata preparazione psicoprofilattica. Questo perché, mancando all’uomo un esperienza viscerale dello sviluppo del bambino e della sua nascita, egli non potrebbe rendersi altrimenti conto di questi eventi e delle dinamiche emotive che però, similmente alla donna, lo coinvolgono. I convincimenti dell’uomo nel parto permette il superamento del senso di esclusione e l’elaborazione dell’invidia (invidia maschile verso la donna per la sua capacità procreativa e tentativi di sostituirla in questa funzione). D’altra parte il mutamento dell’omeostati che la donna sopporta per effetto del parto, trova nella partecipazione del marito, un’occasione per contenere le angosce suscitate e per garantire che l’evento possa determinarsi senza che venga compromesso l’adattamento alla realtà. La figura del partner può così sdrammatizzare la nascita e bonificare l’ambiente da tutte quelle condizioni di conflittualità che inevitabilmente si instaurano in questa esperienza. Secondo Fornari il parto offre un nuovo assetto alla famiglia affettiva in quanto integra i codici materni e paterni con la nascita del figlio, assegnano all’evento un ruolo costitutivo di relazione triadica adatta a regolare il passaggio dall’avvenimento puramente naturale a quello culturale. La nascita viene vista inoltre come un simbolo di perdita dell’onnipotenza, ed il dolore, in quanto collocato in questo ambito, costituirebbe un tentativo di recupero dell’onnipotenza. Secondo l’autore, il dolore diventa nel parto elemento particolare privilegiato nella sacralità del codice materno, proprio perché viene simboleggiato come sacrificio del piacere. Ne è una riprova l’osservazione di molte donne che hanno un orgasmo sessuale nell’ultima fase espulsiva del parto (Niles Newton). Il senso di colpa in cui la donna può incorrere di fronte al piacere sessuale del parto, unitamente al fatto che la nascita di un bambino è un evento giubilatorio, può mettere in moto un’angoscia genetica. Tale angoscia per Fornari sarebbe dovuta alla fantasia paurosa per gli Dei che possono invidiarla e punirla facendo nascere un bambino deforme.Gli Dei devono essere allora propiziati ed il dolore del parto ha la funzione specifica e compensatoria di proteggere l’evento della nascita con un tributo di sofferenze. Concludendo possiamo affermare che queste che sembrano considerazioni così astratte della dinamica emotiva profonda del parto, possono esserci d’aiuto nell’aiutare la donna a meglio partorire, liberandola da tutte queste paure di base. Possiamo quindi rilevare come anche psicodinamicamente appaiano valide e significative le varie tecniche psicoprofilattiche, che in genere tendono ad eliminare o quanto meno ridurre la conflittualità dell’unità psicosomatica, cercando di portare la dinamica del parto sotto il controllo volontario o cosciente, o di eliminare stati ansiosi che interferiscono, a livello muscolare, con la natura dinamica del travaglio.

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