La gravidanza porta ad una trasformazione oltre che a livello fisico anche a livello psicologico.

Possiamo rilevare come essenzialmente lo studio della gravidanza e delle sue dinamiche psichiche sia sviluppato in due ambiti diversi, quello clinico-terapeutico relativo alle consultazioni e dal trattamento analitico in gravidanza (Bibring 1959; Pines 1972) e quello psicologico attraverso la somministrazione di questionari ed interviste semistrutturate (Breen 1975; Raphael-Left 1983; Ammaniti et al. 1990). Vogliamo sottolineare come la letteratura psicoanalitica abbia fornito, soprattutto negli ultimi anni, un’importante cornice di riferimento sia teorica che clinica allo studio della gravidanza; mentre prima degli anni ’40 i riferimenti alla gravidanza erano stati scarsi e fugaci. Grete Bibring (1961), ha messo in evidenza come la gravidanza, con la pubertà e la menopausa, costituisca un periodo di crisi nella vita della donna, intendendo la crisi non come qualcosa che denunci una patologia, ma come un momento di rielaborazione e riassestamento delle diverse componenti psichiche formatesi precedentemente che conduce ad una profonda trasformazione. È perciò grazie alla Bibring che la gravidanza acquisita il significato di processo, un punto di svolta irreversibile nel ciclo vitale della donna, in cui vengono rivissuti conflitti infantili relativi a frasi precedenti di sviluppo ed identificazioni con la propria madre. Il concetto di crisi maturativa viene inteso in senso evolutivo, come momento cruciale dello sviluppo della donna a cui fa seguito l’acquisizione di un livello di integrazione più maturo, caratterizzato dall’elaborazione e dalla risoluzione dei precedenti conflitti infantili. La crisi assume tuttavia una doppia valenza, evolutiva, come abbiamo messo in luce, ma anche di estrema vulnerabilità, con impliciti rischi di distorsioni psicopatologiche. Si verifica, inoltre, una profonda destrutturazione e riorganizzazione del senso di identità della donna, in cui i cambiamenti prodotti dalla gravidanza possono essere vissuti come una minaccia alla propria integrità. Per Dinora Pines (1972, 1982) la gravidanza costituisce un attacco fondamentale per la costruzione dell’identità femminile, in quanto rappresenta un terreno di verifica per la donna stessa ed offre l’opportunità d’elaborare in modo sostanziale il processo di separazione-individuazione in particolare nei confronti della propria madre. Si può pertanto affermare che la gravidanza viene a costituirsi, dopo l’adolescenza, come un terzo processo di separazione-individuazione, nell’ottica descritta dalla Mahler nel 1975. La donna, infatti, raggiunge con la maternità una maggiore ed articolata individuazione di sé stessa come donna e come madre attraverso una differenziazione dei propri confini personali e del proprio spazio interno nei confronti della propria madre, del partner e delle altre figure significative. Per completare con successo questo processo di individuazione, la gravidanza porta la donna ad affrontare una serie di compiti adattivi e trasformativi che vengono attivati dai cambiamenti sia sul piano somatico che sul piano psichico. Le oscillazioni dell’identità sono, anche qui come nell’adolescenza, il riflesso dei profondi mutamenti corporei della gravidanza. Innanzitutto vi sono l’aumento del peso, che inizia lentamente ma poi aumenta rapidamente, ed i cambiamenti della forma del corpo, che accompagnano lo sviluppo del feto; simili cambiamenti possono essere percepiti come deformanti, oppure come una distorsione grave del sé corporeo, dando così origine a sensazioni di spersonalizzazione. Inoltre questa trasformazione appare antagonistica all’immagine erotica della donna, che fino a quel momento si era attestata, configurandosi così come ulteriore perdita. Di particolare interesse è il rapporto della donna gravida con la propria madre, con il figlio e con il proprio partner. In verità, la relazione della donna con la propria madre è al centro dei problemi psicologici della gravidanza e di tutta la funzione della riproduzione. In gravidanza prende infatti corpo e si drammatizza la vicenda di fusione e separazione che ogni donna ha avuto in relazione la propria madre. La spinta a generare e l’esperienza della gravidanza sono modo privilegiato del femminile di rifare la fusione originaria con la madre, di ricongiungersi al corpo materno. Nei confronti della propria madre si assiste, da una parte, ad una necessità di identificazione, sia pur conflittuale e di protezione, che si concretizza in una accentuata dipendenza ed in un rinnovato attaccamento alla madre; dall’altro si assiste ad una aggressività nei confronti della stessa, dovuta alle situazioni preedipiche ed edipiche non ancora risolte e dal fatto che, per automatizzarsi in senso maturativo, la donna deve ribellarsi a lei. La Pines (1982) ritiene che un’esperienza sufficientemente buona con la propria madre permetta alla donna, attraverso la temporanea regressione connessa alla gravidanza, d’identificarsi con una madre onnipotente e fertile, capace di dare vita, contemporaneamente con sè stessa come bambina, e di realizzare in tal modo una maturazione ed una crescita di sé. Se la madre è stata “odiata” sia perché non ritenuta nel rapporto originario oggettuale sufficientemente gratificante e nutritiva, e sia perché aveva ostacolato il suo libero “amore” verso il padre (situazione edipica), possono derivare angosce di punizioni magari sulla creatura che dovrà nascere (figlio deforme), oppure possono mettersi in moto meccanismi di distruttività nei confronti del feto o addirittura di autodistruttività. In ogni gravidanza, anche se desiderata, possono esistere una certa conflittualità ed ambivalenza fra desiderio e rifiuto del feto. Impulsi ostili verso il feto sono espressi dalle caratteristiche manifestazioni orali che spesso accompagnano la gravidanza, quali nausea, vomito, le eruttazioni, i bruciori di stomaco, certe crisi di fame intensa che si alternano con periodi di mancanza totale d’appetito, la particolare intolleranza ai cibi che suscita disgusto o le voglie dei cibi strani. Secondo Helene Deutsch la donna incinta durante i primi mesi di gravidanza reagisce al feto con ambivalenza orale, cercando d’espellerlo con il vomito e reincorporarlo con le voglie. Se il rifiuto del feto è così intenso che il sintomo orale non è più sufficiente a calmare l’angoscia della donna, possono sorgere anche altri sintomi di carattere anale, quali la stitichezza, la diarrea. Se poi le tendenze espulsive hanno la prevalenza, può verificarsi l’aborto. Un’area altrettanto importante quanto quelle qui esaminate concerne il rapporto con il padre del nascituro e quindi la sessualità. L’attesa del primo figlio impone alla coppia la verifica del rapporto precedentemente consolidato ed una ristrutturazione reale e fantasmaticha che permette di includere il terzo. In questo processo d’adeguamento e ristrutturazione del nucleo familiare il ruolo del marito assume un significato particolare, a causa del suo effetto determinante sul benessere della moglie. Durante tutto l’arco della gravidanza, infatti, la donna sperimenta uno stato di regressione che assume le caratteristiche della identificazione fantasmaticha con il feto e di una sorta di ritiro affettivo. L’accresciuto bisogno di dipendenza, di aiuto, di supporto, rende necessario che il partner si adegui a tale regressione assumendo una funzione protettiva con con connotazioni materne. L’uomo crea, quindi, una sorta di “contenitore” esterno che protegge la donna dall’ambiente esterno e le permette di elaborare la relazione con il bambino (Winnicot 1958; Cavallero, Monti 1983). Winnicot scrive precisamente: “…l’uomo… si occupa della realtà esterna per conto della donna e quindi le permette di essere temporaneamente ritirata concentrata su se stessa…”; in un’altra occasione aggiunge: “…Le madri spontaneamente capaci di fornire un’assistenza abbastanza buona al loro bambino possono essere messe nelle condizioni far meglio se esse stesse sono assistite in un modo che riconosca la natura essenziale del loro compito..”. Durante il corso della gravidanza, inoltre, l’intesa esperienza fusionale tra madre e bambino può sollecitare nel futuro padre intense gelosie che ripropongono la primitiva triangolazione padre-madre-figlio. In questa fase sembra quindi possibile una nuova elaborazione, come padre, dell’esperienza emotiva sperimentata come figlio. Tale tendenza, vale a dire l’esclusione del partner, farebbe parte secondo F. Fornari (1979) del “progetto d’appropriazione onnipotente che è nel desiderio che sottende il codice materno…, appropriazione onnipotente del potere del bambino, del fallo paterno e del fallo materno…”. Assisteremo, in poche parole, alla scomparsa del padre e dalla sua nullificazione come partner maschile, per assorbire il concepimento stesso in un progetto d’accoppiamento della donna con sè stessa ed in vista di una generatività partogenetica. La cancellazione dell’uomo spiegherebbe anche la difficoltà a vivere la sessualità durante la gravidanza e cioè a superare l’opposizione tra maternità e rapporto sessuale. Per Fornari, infatti, la funzione maschile viene divisa in due componenti di cui una dà la vita (fallo creatore), ma viene assorbita dal codice materno e l’altra dà la morte (fallo persecutore) e pertanto viene “messa dentro” il rapporto sessuale, visto come intrusione pericolosa. Seguendo il filo del discorso sembra quindi che sia la donna stessa ad accettare il partner solo se questi perde il suo status sessuale adulto per acquistare lo status della condizione infantile; è ciò che egli chiama femminilizzazione e bambinizzazione del padre. Ricordiamo come la ricomparsa di stati di angoscia, durante l’intero processo gravidico, venga sottolineato anche da numerosi altri autori. Soifer, ad esempio, individua sette particolari momenti, a cui associa una specifica sintomatologia fisica ed un incremento d’angoscia nella gestante. 
E sono precisamente:
-all’inizio della gestazione;
-durante la formazione della placenta (secondo e terzo mese);
-al momento della percezione dei movimenti fetali (verso il terzo mese e mezzo);
-all’instaurarsi palese dei movimenti fetali (quinto mese);
-al momento del rivolgimento interno del feto (dopo il sesto mese mezzo);
-all’inizio del nono mese;
-negli ultimi giorni prima del parto.
Ciascuna di queste crisi di angoscia, che possono prolungarsi per giorni o settimane e giungere a produrre una sintomatologia fisica peculiare (sino a provocare l’aborto il parto prematuro), è caratterizzata da fantasmi ben determinati e specifici, la conoscenza dei quali consente all’operatore interessato di mettere in atto le misure psicoprofilattiche adeguate, al fine di prevenire un ulteriore aggravamento. La Bibring, nel scandire la gravidanza in due grandi fasi, la prima relativa all’esperienza di fusione col feto, la seconda (dal sesto mese in poi) relativa all’approssimarsi della separazione, sottolinea come entrambe siano contraddistinte da angosce particolari. La seconda fase di gestazione in particolare è contraddistinta dalla graduale esperienza di differenziazione che la donna fa tra il bambino come parte di se, confusa con se, e il bambino come oggetto, come figlio che si appresta a nascere. La donna è perciò a questo punto alle prese con le proprie angosce di perdita e di separazione che, se troppo intense, possono esprimersi nel parto. Queste angosce, molto spesso espresse nei sogni delle donne gravide nei termini di perdita del se e di frantumazione, sembrano, tra l’altro evocare il conflitto sopito presente all’innestarsi della gestazione, dall’unità alla diade, e in particolare sembrano sottendere l’angoscia del primo mutamento, quello che ha dato inizio alla propria nascita psicologica e che Gaddini definisce “il primo, certo il più terrificante di tutti i cambiamenti successivi”.

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