Violenza domestica

La violenza domestica è il comportamento abusante di uno o entrambi i compagni in una relazione intima di coppia, quali il matrimonio e la coabitazione.

La violenza domestica è un problema dalle mille sfaccettature, che merita un approccio multidisciplinare, le misure previste dall’ordinamento (ammonimento del Questore, ordine di protezione e allontanamento dalla casa familiare) presentano ancora profili d’inefficienza applicativa. L’Italia è incapace di difendere le vittime di violenza domestica. Lo ha confermato di recente anche la Corte Europea dei diritti umani di Strasburgo, pronunciandosi nei seguenti termini: “non agendo prontamente in seguito a una denuncia di violenza domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto creando una situazione di impunità che ha contribuito al ripetersi di atti di violenza, che in fine hanno condotto al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”. Forze di Polizia impreparate sulla violenza di genere o prive di mezzi e poteri sufficienti per tutelare le vittime di questo reato? Le donne intanto continuano a morire. Magistrati ignari delle dinamiche della “spirale della violenza”, continuano a giustificare le condotte dei colpevoli e a stigmatizzare le vittime. Carnefici crudeli, assolti perché descritti dai consulenti come uomini stressati, schiacciati dalle responsabilità o depressi. Uomini malati o semplicemente immaturi e refrattari ai cambiamenti sociali che riguardano il ruolo della donna? Gli psicologi dei centri per uomini maltrattanti cercano di trovare delle risposte. Le cause sono tutte riconducibili alle emozioni. Uomini incapaci di provarle, riconoscerle ed esprimerle nella maniera corretta, capaci di comunicare solo con le mani. Il retaggio culturale ha colpe infinite. I maschi sembrano considerare la donna come una lattina vuota, a cui dare un calcio per scaricare la rabbia. Maltrattare fisicamente e psicologicamente mogli e fidanzate è considerato “normale”. Il patriarcato e il ruolo del “capo famiglia” sembrano fenomeni intoccabili in certe realtà. Ad aggravare la situazione c’è lo sfruttamento di questi modelli culturali “negativi” da parte dei mezzi di comunicazione e un uso errato del linguaggio. La donna è quasi sempre rappresentata come la casalinga perfetta, impegnata solo a cambiare pannolini e pulire casa. La finta libertà del femminile è raccontata attraverso corpi nudi, che diventano puri oggetti da contemplare. All’interno del nucleo familiare raramente la donna è percepita come essere umano libero in grado di fare scelte altrettanto libere sulla maternità, la famiglia e la carriera professionale. Studio e lavoro non sono sinonimi di parità. Le donne all’Università sono brave e preparate, ma poi vengono discriminate nel mondo del lavoro. Queste le ragioni dello sciopero dell’8 marzo scorso. Lo slogan: “Se le nostre vite non valgono, noi scioperiamo” ha posto l’accento proprio sul tema donna-lavoro. Un giorno di astensione dal lavoro però non è bastato e non può bastare. Si deve fare molto di più. A confermarlo una delle ultime sentenze shock, che ritiene non configurabile il reato di violenza se durante l’atto la donna non “urla”.

Scritto dalla Dott.ssa Annamaria Villafrate.

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